L’ARAZZO VERDE: un arazzo come omaggio all’Uomo: il sale della terra

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“Siamo le storie che possiamo raccontare su noi stessi.”
(Jorn Klare)

“C’era una volta … un angelo bambino che voleva raggiungere il Sole. Non sapendo come fare, chiese aiuto al contadino […]”

Potrebbe cominciare così, come tutte le storie, quella descritta in questo arazzo realizzato all’uncinetto e meticolosamente cucito dalle mani abili di Mariolina Ferruzzi.
Daniela Bertuletti, arte terapeuta presso alcune Case per Anziani presenti sul territorio della provincia di Bergamo, ha pensato di far realizzare un arazzo a partire da alcuni disegni nati durante i suoi atelier, rivolti a persone anziane fragili, affette da demenza senile lieve e Alzheimer.

“Il senso del progetto di dar vita ad un arazzo risiede nel voler fare un omaggio ai miei utenti, alcuni dei quali non ci sono più. I lavori da cui ho tratto ispirazione sono il frutto di una relazione tessuta durante il corso degli anni, attraverso l’appuntamento settimanale fisso, durante il laboratorio di arte terapia. Non ho inventato nulla, né io che ho pensato al progetto, né la persona che ha trasferito con il filo tutti gli elementi grammaticali dei Di-segni, senza deformarli. Scegliendone alcuni, fra i disegni più leggibili, ho dato forma ad un’unica immagine dove si respira un comune senso di vita. Per questo ho voluto definire verde l’arazzo. Verde come la speranza, la dimensione del viaggio, la vita che non si è ancora spenta.”

L’immagine che si è venuta a creare è un omaggio alla vita dell’uomo, il Sale della Terra (come lo ha definito S. Salgado, in uno straordinario reportage fotografico). Si osservino i campi arati del mondo agreste (ai confini del Paese), gli animali da cortile, le case della gente, la ferrovia, le auto, il municipio…insieme agli alberi, ai fiori e ai suoi frutti. Buffi personaggi suonano tamburi all’interno di un corteo. La strada è irta e sale fino alla cattedrale. Il pozzo quadrato, l’arcobaleno e la vegetazione rigogliosa caratterizzano l’ambiente. Una mano al centro in alto è simbolo tangibile di una fede presente, che protegge e sembra che voglia gridare: – Eccomi!-. Non mancano infatti i riferimenti al trascendente e alla caducità della vita, un ritorno naturale del corpo alla terra con il rito della sepoltura.

Sviluppata su tre tele di lino, la narrazione si articola su una superficie bidimensionale, ma il tentativo è quello di organizzare lo spazio considerando anche la terza dimensione.
Il principio ordinante è quello semplice, basato sulle due direzioni spaziali orizzontale e verticale: mentre l’allineamento fianco-fianco delle figure favorisce una lettura dell’immagine sull’asse orizzontale, l’asse verticale rappresenta sia la dimensione alto-basso sia quella vicino-lontano. Tuttavia, la logica per la lettura dell’immagine segue anche l’asse diagonale che conduce l’occhio all’interno di un moto di tipo circolare e continuo.

Si è magicamente attirati da questa opera bella, ma l’intenzione è quella di attivare una riflessione più profonda sulla senilità, quando si riscontrano malattie debilitanti del cervello, oltre il normale processo di invecchiamento. Il deterioramento cognitivo può essere lieve o intenso, fino alla malattia di Alzheimer: irreversibile e progressiva, distrugge lentamente la memoria e le abilità di pensiero, fino a compromettere la capacità di eseguire le più semplici azioni.

“Come libera professionista, sono itinerante.”, racconta Daniela Bertuletti. “Il mio atelier viaggia con me. Per questo sono definita persino dal mio vicino di casa: La donna con le borse. Nelle strutture che mi ospitano (qualunque esse siano), non è previsto uno spazio apposta per determinate attività. Nel migliore delle ipotesi, l’ambiente che mi offrono è luminoso, grande al punto giusto, con la possibilità di usufruire di tavoli. L’attività avviene, comunque sia, in un setting estemporaneo e informale, ben lontano da quello ideale (protetto, chiuso e dedicato), dove i pazienti, quando sono affetti da demenze anche importanti, che non appartengono al gruppo, interrompono l’attività e interagiscono con me. Io mi sento ugualmente chiamata a relazionarmi con loro, adottando quella che viene definita una “comunicazione capacitante” (vengono valorizzate le parole anche in presenza di disturbi del linguaggio), a riconoscerli, rassicurarli. Alcuni di loro camminano nella stanza, altri sonnecchiano. Spesso si respira un senso di pesantezza, di lentezza. A volte, invece, assisto a scene ti tipo surrealista, dove gli attori comunicano senza aver imparato dallo stesso copione.”

Arte terapia e demenze: dare voce alle parole malate attraverso le immagini

“Anche l’omogeneità del gruppo che partecipa all’attività si perde nel corso del tempo. C’è chi subisce un declino, seguendo il corso fisiologico della malattia, chi ci lascia, anche senza molto preavviso. Capita così che alcuni del gruppo mi guardino smarriti e sembrino non sapere dove incominciare e in che modo lasciare la traccia. Tuttavia, sostenuto e riconosciuto, all’interno di una relazione di fiducia, nel rispetto dei propri tempi, ognuno arriva a creare qualcosa d’importante: qualsiasi forma d’arte, anche se povera e semplice diviene una piccola vittoria sull’annientamento della persona che la malattia porta con se. C’è anche chi è ancora autonomo e acquisisce dimestichezza con il materiale. Queste persone sembrano immergersi in un’atmosfera magica, dove regna comunque il silenzio, imbevuto di spirito creativo.
Il mio intervento si adegua alle singole situazioni che via via emergono, senza togliere nulla alla fantasia e alla creatività del gruppo. Mi riferisco, ad esempio, alla fase conclusiva di verbalizzazione, dove insieme condividiamo l’osservazione dei lavori prodotti e io tiro le fila delle storie che si nascondono dietro a certi segni, semplici forme, colori o alla scelta di un’immagine riconoscibile. A volte è possibile individuare un tema comune oppure affiorano elementi del tutto personali. Questa fase è importante per tutti perché si conferisce valore allo stare insieme in quella modalità, all’interno di uno spazio dove c’è riconoscimento reciproco, anche della mia professionalità. Essere una persona significa stare in un contesto sociale: quando si allenta una rete neuronale, acquista significato la rete sociale. Ecco il senso della terapia in gruppo.
Fra i pazienti che non partecipano al mio laboratorio, quelli che mi riconoscono quando mi vedono arrivare, con la scatola dei materiali sempre appresso, alcuni si orientano rispetto al giorno della settimana: – Allora oggi è giovedì!- Questo mi basta per ricaricarmi, alle volte, quando sembro lasciarmi condizionare anche io della stessa fragilità che coinvolge i miei utenti. A volte, quando mi assento per andare a chiamare al piano superiore una persona che non è presente, ironizzo con loro sul fatto che mi aspettino, sapendo che nessuno potrà lasciare il Protetto, dove ha luogo il laboratorio.
In tutto questo fluire, nell’immobilità, la missione che considero importante è che nessuno provi la sensazione di non sentirsi rispettato. Lo spazio che ci ritagliamo promuove la dignità. I lavori grafici dei miei utenti, infatti, sono il più possibile fedeli all’immagine di chi li ha prodotti.”

Le persone non sono la loro diagnosi

L’amnesia, o perdita della memoria a breve termine, che caratterizza la demenza, crea problemi di comunicazione, di sicurezza e di comportamento. Tuttavia la memoria implicita (la prima a formarsi, quella che conserva il ricordo delle emozioni più remote) resiste più a lungo. Il compito dell’arte terapeuta è proprio quello di far emergere questi ricordi attraverso i quali la persona può recuperare un senso di sé che è andato perduto. Il tema della casa, per esempio, è spesso presente nei disegni. Ma Il desiderio di tonare a casa ha poco a che fare con un luogo concreto e molto invece con la nostalgia di una condizione di salute e di benessere.
“Fare arte terapia con le demenze senili è un’occasione di ascolto, di cura intesa come accompagnamento e sostegno di fronte a ciò che è irrevocabile. Un’attenzione particolare alla Persona in quanto tale, al di là della trasformazione che ha subito dopo essere stata costretta a lasciare la casa, gli effetti personali, le proprie abitudini, la vita di un tempo per vivere insieme ad altri compagni di viaggio. Mi piace pensare che Tutto quello che siamo stati, tutto quello che abbiamo pensato è presente in ogni adesso, anche quando non ne siamo affatto consapevoli.

Daniela Bertuletti, arte terapeuta presso alcune Case per Anziani presenti sul territorio della provincia di Bergamo, ha pensato di far realizzare un arazzo a partire da alcuni disegni nati durante i suoi atelier, rivolti a persone anziane fragili, affette da demenza senile lieve e Alzheimer.
Daniela Bertuletti

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5 risposte a “L’ARAZZO VERDE: un arazzo come omaggio all’Uomo: il sale della terra

  1. Uno splendido e commuovente lavoro che tocca le corde più profonde della nostra umanità. Un grazie di cuore Daniela per averlo condiviso. Ho lavorato anch’io con anziani più o meno gravi e so cosa significa quanto descrivi. Lucia Salvan

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