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“Ti volevo anche raccontare di alcune matite Faber-Castell che ho trovato. Sono sottili al punto giusto; molto morbide e di qualità superiore rispetto alle altre. Hanno un nero magnifico, ideale per i bozzetti di grande formato. Io le ho usate per disegnare una donna che cuce su un tipo di carta grigia fine e danno un effetto del tutto simile a una stampa litografica”. (V. Van Gogh, “Lettere a Theo sulla pittura”, 1883)
Da falegnami a baroni
La fabbrica più antica per la produzione di matite è la tedesca Faber-Castell®, tuttora una delle aziende leader, a livello mondiale, del settore. Fu fondata nel 1761 da un falegname di nome Kaspar Faber che decise di dar vita ad un piccolo laboratorio nel villaggio di Stain, a due passi da Norimberga; si dedicò dapprima alla produzione di matite in pura grafite inglese e poi, dopo l’invenzione di Conté, alle mine colorate e, ovviamente, anche a quelle in grafite e argilla. Il lapis “francese” però, molto probabilmente, non era stato considerato in tutte le sue possibili funzionalità; d’altronde era stata ideato per far fronte ad un’emergenza “nazionale” e tutto sommato rappresentava solo un prototipo. Le potenzialità di questo impasto argilloso non sfuggirono invece a Lothar Faber, pronipote del falegname Kaspar, che dopo aver preso in mano le redini dell’azienda di famiglia nel 1839, scoprì che era possibile realizzare mine con diverso grado di durezza e di “nero” miscelando in percentuali diverse l’argilla e la polvere di grafite. Ancora oggi la sua scala HB (dove H sta per hardness – durezza – e B per blackness – annerimento/ grado di nero) e la numerazione da 1 a 8, indicano una mina più o meno resistente, oppure una maggiore o minore intensità di colore. Il giovane imprenditore tedesco lanciò anche la famosa forma esagonale e stabilì gli standard di lunghezza e di diametro della matita, poi accettati anche a livello internazionale. Per valorizzare le sue matite decise di stamparvi il marchio “A.W. Faber” (dal nome del nonno, Anton Wilhelm, figlio del falegname Kaspar) e con un baule in legno intarsiato pieno della sua ricca produzione di matite, prese a girare le più importanti capitali occidentali per mostrarla alle migliori cartolerie dell’epoca. Nel 1862, per i suoi meriti imprenditoriali, Lothar venne nominato “barone” dal Re di Baviera e diventò von Faber. Dopo la sua morte, nel 1896, l’azienda passò alla nipote Ottilie che due anni più tardi sposò il conte Alexander zu Castell-Rudenhausen, ex ufficiale e primogenito di una delle più antiche e importanti famiglie aristocratiche tedesche. Quando quest’ultimo assunse la carica di amministratore nacque il marchio Faber-Castell®; sotto la sua guida l’azienda continuò a crescere e fu lui a lanciare la matita verde Castell 9000, il pro- 152 dotto più venduto di sempre e piccolo simbolo fortunato di questa leggendaria dinastia imprenditoriale che tuttora ha sede a Stein, in Baviera. Nota aggiuntiva nel museo Faber-Castell® di Stein è esposto anche l’esemplare più antico di matita in legno; risale al XVII secolo e fu ritrovato tra i ruderi di una falegnameria bavarese. Dura o morbida? In commercio si trovano due tipi di matite: il cosiddetto“lapis” o “matita”, formato da un cannello di legno, in cedro della California nelle linee di prodotti migliori, che contiene la mina e il “portamine”, con mine intercambiabili, fabbricato in metallo o plastica. Le matite in legno possono essere esagonali – come quelle inventate da Faber – oppure rotonde; le prime permettono una più sicura impugnatura, mentre le seconde sono più maneggevoli se si devono eseguire tratteggi che presuppongono posizioni diverse della punta. Non a caso molte matite colorate sono in questo formato… Anche attualmente è utilizzato il sistema di classificazione inventato da Lotar Faber. Non è però solo la percentuale dei minerali utilizzati a differenziare le gradazioni della mina; anzi, ad incidere maggiormente in questo senso, spesso sono la maggiore o minore presenza di cera o paraffina e il tempo di essiccazione dell’impasto. Nelle mine di tipo: – H prevalgono argilla e paraffina e il tempo di essiccazione è lungo; sono anche definite “tecniche” poiché, grazie al tratto fine e pulito si prestano molto bene all’esecuzione di li nee e forme geometriche tipiche del disegno tecnico; – B prevale la percentuale di grafite, mentre è bassa o molto bassa quella di paraffina e il tempo di essiccazione è breve; sono, al contrario, definite “artistiche” in quanto produco no un segno marcato e morbido molto simile al pastello e al carboncino – HB ed F le percentuali di elementi e il tempo di essiccazione sono intermedi fra le H e le B; rappresentano, di fatto, lo standard commerciale poiché tracciano un segno ben defini to senza sporcare eccessivamente. La numerazione della mina, invece, è stata diversificata rispetto alla 1 – 8 iniziale. Oggigiorno disponiamo di diversi formati che vanno dalla 9H – durissima, dal tratto molto incisivo e dal colore argenteo – fino alla EE – morbidissima, e grazie alla quale si può ottenere un tratto nero molto intenso. Più precisamente, in successione: 9H 8H 7H 6H 5H 4H 3H 2H H HB (media, ma più dura) F (media, ma più morbida) B 2B 3B 4B 5B 6B EB EE La tecnica di fabbricazione è pressoché identica a quella descritta per le mine colorate. Anche la colorazione gialla del rivestimento esterno di molte matite è legata alla ditta Faber- Castell® e, di fatto, ormai è uno standard da moltissimi anni. Una storia intrisa di leggenda e legata a Lothar Faber che, a metà del XIX secolo, cominciò a sfruttare un giacimento di grafite di ottima qualità in Siberia, ai confini con la Cina; per identificare le matite ottenute con questo materiale così prezioso decise di farle dipingere esternamente di giallo, in onore al Paese del Sol Levante in cui questo colore è considerato assolutamente sacro e portatore di grande fortuna. Evidentemente qualcosa di giusto su questa convinzione deve proprio esserci visto quanto capitò a Lothar Faber e alla sua ricchissima discendenza…
tratto dalla tesi di Gianluca Merlini di diploma in arte terapia presso Art Therapy Italiana:
” Materiali e… Leganti ” i materiali nell’esperienza clinica
( Anno accademico 2003 2004 relatore Donatella Mondino)
“Ci sono momenti in cui non vorrei far altro che dipingere.
Pure sonorità come solo gli acquerelli sanno dare…”
(V. Kandinskij,
“Lettera a Jawlensky”, Dessau 5 gennaio 1928)
Turner & Co.
Fino all’inizio del XVIII secolo non si può parlare di acquerello in forma propria e autonomao, almeno, non per come noi la intendiamo attualmente.Nell’antico Egitto, in Cina, in Giappone – come in varia misura in diverse epoche e culture -è chiaro che si trova diffuso il “colorire” con pigmenti legati a gomma arabica o adragante, ma non come tecnica artistica vera e propria.
Anticamente, infatti, l’acquerello servì nei dipinti e nelle miniature per donare una particolare tonalità o aggiungere specifiche determinazioni, saggiare l’esito cromatico nei disegni preparatori di opere maggiori o per colorire disegni d’architettura e incisioni. Oppure ancora per le illustrazioni di opere di argomento botanico e zoologico. Eccezionali per qualità sono spesso i disegni preparatori con l’ aggiunta del colore che ci danno una trascrizione più diretta del momento della formazione dell’immagine e sono acuta spia della sensibilità dell’artista.
Tra i primi acquerelli in senso moderno citiamo quelli di Albrecht Dürer (1471 – 1528)che operò usando la tecnica del “disegno a penna acquerellato”; fece studi di animali e di piante con colori ad acqua, disegni a pennello su carta colorata in azzurro o verde e 31 foglicon rappresentazioni di paesaggio dove l’acquerello esaltava la straordinaria luminositàdell’insieme consentendo di far emergere anche i più piccoli particolari.
Le straordinarie trasparenze plastiche dell’acquerello compaiono, saltuariamente, in alcune opere di pittori fiamminghi e olandesi dei ‘600, ma inizia la sua straordinaria ascesa come tecnica artistica solo nel XIX secolo con la scuola inglese capeggiata da Thomas Girtin (1775- 1802), John Constable (1776 – 1837), William Turner (1775 – 1851) e Richard Parkes Bonington(1802 – 1828). Grazie a questi artisti l’acquerello per la pittura di paesaggi acquista autonomia e autorità come genere proprio tanto che – sempre in Inghilterra – viene fondata una “Society of Painters of Water Colours” la quale definì ufficialmente anche la composizione fisico-chimica definitiva dell’acquerello per artisti: pigmento, gomma arabica e glicerina.
Questo materiale artistico però non si prestò come arte capace di portare significati e funzioni di largo interesse nella società dell’epoca poiché è una tecnica che accentua soprattutto il momento artistico individuale, sia nella genesi che nella fruizione.Fu, almeno in una fase iniziale, considerata addirittura un’arte specificamente “borghese”…tuttavia, questo non fu un limite poiché proprio questa considerazione fu la base del suo successivo sviluppo su ampia scala.
A determinare la fortuna di questa tecnica, infatti, furono – ancora sul finire del Settecento – due fenomeni collaterali, ma significativamente borghesi: – la “decorazione” che si spinse a dipingere mobili, paraventi e diversi oggetti d’uso comunecon una tecnica di gradevole risultato, ma poco costosa; – il diffondersi del “dilettantismo” poiché l’acquerello era considerato una tecnica artistica molto semplice – se paragonata alla tempera grassa o all’olio – e per questo motivo divenne spesso elemento di “apprendimento estetico” nell’educazione e occupazione delle ragazze giovani della classe sociale borghese.
tratto dalla tesi di Gianluca Merlini di diploma in arte terapia presso Art Therapy Italiana:
” Materiali e… Leganti ” i materiali nell’esperienza clinica
( Anno accademico 2003 2004 relatore Donatella Mondino)
